|
Un tempo erano gli artisti ad attraversare l'Umbria, e in particolare la provincia ternana dove il percorso del Grand Tour aveva il suo culmine nella Cascata delle Marmore, una delle più attese meraviglie del viaggio. Nel Settecento studiosi, poeti principi e scrittori partivano alla scoperta delle bellezze d'Italia, come voleva l'iter formativo culturale del tempo, ben consapevoli che un patrimonio artistico e paesaggistico di tale portata non poteva essere trascurato da nessun vero artista che, in tal modo, completava nobilmente il suo cammino di elevazione della mente e dello spirito.
Il "viaggio in Italia", partendo da Roma con il percorso principale nella via Flaminia, entrava nel cuore della regione umbra, Ocriculum, Narni, Terni e la Cascata delle Marmore, per proseguire verso Spoleto, Foligno, Orvieto e giù lungo la valle del Tevere fino ad Amelia. Oggi a percorrere gli stessi itinerari sono i turisti, novelli viaggiatori del Grand Tour con in mente l'eco dei versi di Byron, Goethe, Hesse, Wagner, Michelangelo, Freud, tra i più ispirati cantori delle bellezze di questa terra. E sono gli artisti di oggi, i cantori della musica colta internazionale, quelli che si danno appuntamento ogni anno proprio qui, dando vita alla grande kermesse perugina Umbria Jazz, quest'anno dall'8 al 17 luglio. Qui è possibile scoprire la quiete di borghi dove ogni angolo è uno scorcio da fotografare, come ad esempio Spello, e l'esuberanza di luoghi francescani sui generis come la spettacolare Scarzuola, convento medioevale destinato a una storia a dir poco particolare grazie all'opera dell'architetto Tomaso Buzzi che nell'arco di un ventennio (1956/1976) ha saputo plasmare dal nulla la sua "Città ideale" di umanistica memoria. Una storia, quella della Scarzuola, che rivisitando senza pregiudizi alcuni il tema religioso francescano, parla di metafisica, teatro, sperimentazione artistica e architettonica, letteratura e alchimia, e che usa il linguaggio metaforico per sovvertire la realtà, il linguaggio dell'arte fuori dagli schemi dove si incontrano genio e follia. Nella regione "spirituale" per antonomasia, è impossibile non avvertire le suggestioni ambientali di un paesaggio che riappacifica, e che con grande forza evoca la vita miracolosa di Francesco poverello d'Assisi il grande protagonista di questo sereno angolo d'Italia dove l'ospitalità non è solo una marca turistica. Paradiso incontaminato dove i miracoli li fa anche la terra, offrendo prodotti di qualità superiore, (dal tartufo bianco all'olio extra vergine d'oliva), l'Umbria è fatta di ritmi lenti, di cortesia e di scommesse vinte, prime tra tutte, la tutela ambientale e la qualifica enogastronomica. Non a caso proprio qui ha sede la capitale delle città slow food, Orvieto.
Sezione CONVENTO DELLA SCARZUOLA IN MONTEGABBIONE
Il Convento francescano della Scarzuola (o Scarzola), si trova nel territorio del comune di Montegabbione (TR), nella frazione Montegiove, antico castello dei conti di Marsciano, diocesi di Orvieto. E' ubicato alle pendici di Montegiove, a levante, in una amena valle ricca di boschi e di acque, al di sopra del torrente Fersinone dove, nel sec. XIII, in un crocicchio, esisteva una nicchia o maestà, nella quale era dipinta una scarna Crocifissione. Di questa pittura oggi rimane la sinopia, che esperti hanno datato agli inizi del 1200. Una pia tradizione vuole che nel 1218, S. Francesco d'Assisi, transitando da quelle parti e trovando il luogo adatto alla solitudine, vi costruisse una capanna di "scarza". La tradizione ha tramandato anche di una sorgente d'acqua fatta da lui scaturire miracolosamente. Sul posto della capanna, Nerio di Bulgaruccio dei Conti di Montegiove fece erigere, nel 1282, una chiesa con oratorio, di modeste dimensioni, a forma ottagonale. La chiesa fu denominata della "Scarzola" e venne affidata ai frati Minori, che l'ampliarono dedicandola alla SS.ma Annunziata; annesso alla chiesa eressero un capace Convento.
Sotto questa chiesa furono sepolti: il conte Nerio († 1290), molti dei suoi discendenti, ed anche la figlia minore, Todeschina (1428), del capitano di Ventura Erasmo da Narni detto il "Gattamelata", sposa di Ranuccio dei conti di Marsciano. La chiesa venne restaurata dapprima da quest'ultimo e successivamente dal conte Ludovico Marescotti (1691). Sul finire del '700, la proprietà passò ai marchesi Misciattelli di Orvieto, avendo i frati Minori lasciato il Convento. Il complesso fu acquistato e trasformato, nel 1956, dall'architetto Tommaso Buzzi, il quale, nell'area, ha costruito una città onirica denominata, in suo onore, "La Città Buzziana". Padre Benvenuto Bazzocchini nella sua "Cronaca", a proposito della "Scarzuola", scrive: «E' il convento più eccentrico della Provincia Serafica. Si trova nel territorio di Orvieto, all'estremo angolo sud-occidentale della regione umbra, stretto in mezzo da un'ampia giogaia di selvose alture che gli tolgono, per così dire, il passo e la vista da ogni parte. A ponente il gruppo dell'Arale (854 m.) allunga a nord le sue propaggini verso il poggio di Montegiove e le colline di Greppoleschieto; a mezzogiorno, il monte Calvello (600 m.) e più in là, in direzione di levante, le alture di S. Vito (620 m.) chiudono l'orizzonte di questo paesaggio boscoso e solitario, veramente francescano. Nessuna strada carrozzabile, nessun paese nelle vicinanze: in alto un po' di cielo e intorno il murmure dei venti e delle foreste. E' probabile che il Serafico Padre, transitando per questa regione nei suoi frequenti viaggi verso la Toscana, restasse preso dalla pace del luogo e vi si trattenesse per qualche tempo: si legge infatti nel Waddingo (Annales, ann. 1218) che, tornando S. Francesco dalla Verna, ricevesse dai suoi benefattori alcuni luoghi, tra i quali sembra certo questo, sito «ad miliare unum ab oppido Montis Jovis».
La tradizione afferma che il Santo vi fabbricasse colle proprie mani una capanna di scarza, donde venne al convento il nome di "Scarzuola". I compagni di S. Francesco restarono attorno a un oratorio, che assunse la forma di cappella ottagona nella costruzione del primo convento, edificato a cura della nobile famiglia Mariscotti, sembra l'anno 1218. Tra quei compagni e discepoli del Santo, fu il B. Senso perugino, amico del B. Egidio, religioso di grande umiltà e penitenza, il quale visse lunghi anni in questa solitudine, rallegrato dal dono delle estasi e delle lagrime, ed ivi morì nel 1270. Non consta che questo venerabile convento fosse abbandonato nel sec. XIV, dovendosi giudicare arbitraria l'opinione del nostro Cronologo (Padre Antonio da Orvieto, Cronologia, 1717), il quale afferma che, ritiratisi i Conventuali, il luogo fosse andato in rovina; risulta anzi che nell'anno 1334 fu ingrandita e consacrata la chiesa (dall'iscrizione commemorativa apposta sulla facciata della chiesa), e forse venne edificato qualche nuovo tratto di convento. Ma è certo che la vita dei religiosi, così separati da ogni consorzio umano, era tanto povera e penitente, che spesso veniva loro a mancare il necessario per vivere. Laonde il nobil uomo Antonio dei conti di Marsciano dispose in un suo testamento che quei religiosi venissero efficacemente soccorsi "(...) particolarmente nei tempi invernali, quando per causa delle nevi non possono uscire alle solite questue (...). Imperocché sarebbe cosa turpe e nefanda che in questo luogo dai nostri antenati fabbricato e scelto a loro estremo riposo (...) quei veri servi di Dio abbiano a perire di fame o siano costretti ad abbandonarlo (...). Nam turpe nefasque et in obbrobrium Posteris merito videri possit (...). Dei cultores locum ipsum quem Maiores nostri condiderunt et in supremum Sanctuarium corporum suarum repositum observaverunt (...) fame perituros vel tandem deserturos". In rapporto alle necessità di questo convento è pure il privilegio concesso ai frati della Scarzuola di poter questuare in tutti i territori soggetti alla Santa Sede, come risulta da un "Breve" che si conserva nell'Archivio conventuale.
La Scarzuola è uno degli undici conventi concessi al B. Paoluccio Trinci, nella celebre "Bolla" datata da Avignone l'anno 1373; e prima ancora che si formasse giuridicamente la nostra Custodia (1596) apparteneva alla Riforma. In seguito, vi fu stabilito il noviziato della nuova Provincia, e poi il professorio collo studio di Filosofia, fin quasi agli ultimi tempi. Il convento era provvisto di una importante biblioteca ove si conservavano pregevoli manoscritti - or perduti - tra gli altri il "Christipatos" del M.R.P. Francesco Maria di Stilo ed altre opere ascetiche. Essendo il convento troppo distante da' luoghi abitati, d'ordinario vi si trovava di famiglia un laico infermiere e nel 1796 vi fu stabilita anche una piccola farmacia per i più urgenti bisogni dei religiosi. All'epoca della soppressione napoleonica, il convento ebbe a soffrire molti danni e depredazioni: tra l'altre cose andaron perduti i migliori libri della biblioteca, un calice d'argento, l'unico che il convento possedesse, e furono anche asportate le campane, che dovettero essere rifatte con elemosine di pii benefattori. Nella seconda soppressione (1866), il convento non venne totalmente abbandonato, essendo restato affidato alla custodia di alcuni religiosi; e dieci anni appresso, 1876, primo fra tutti i conventi della Provincia, fu riscattato e ristabilito a noviziato. La Scarzuola, come luogo ordinariamente assegnato all'educazione dei chierici o dei novizi, ebbe sempre un'abbastanza numerosa famiglia di frati: in seguito alle ultime vicende dell'Ordine, il convento fu quasi abbandonato, e ora non vi sono più che pochi religiosi. Non occorreranno molte parole per la descrizione di quest'umile convento francescano. E' un recinto quadrato, tre lati del quale sono disposti a dormitori, a fianco la chiesa, e un chiostrino nel mezzo con soli due lati ad arcate. La parte primitiva del convento è indubbiamente il piccolo dormitorio rivolto al nord, le cui cellette anguste e le finestrine quasi a spiraglio accusano origine assai remota. Gli altri dormitori vennero costruiti in seguito, e probabilmente nel 1680; nel quale anno a cura del conte Ludovico Mariscotti, sacerdote di gran virtù e devoto al Padre S. Francesco, fu restaurata la chiesa ed ampliato il convento. La chiesa, nel suo aspetto attuale, si rivela appunto di quest'epoca, salvo la cappellina ottagonale e la facciata, la quale col suo frontone e le gugliette laterali e il suo piccolo porticato arieggia il gotico del 1300: la chiesa e la facciata furono certamente restaurate; ma si conserva sopra una lapide la data della prima costruzione e consacrazione: M.CCC.XXVII. Nell'interno, la chiesa è piuttosto piccola e bassa, sebbene le quattro cappelline laterali, simmetricamente disposte, diano l'impressione d'un edificio a tre navate. Sopra l'altar maggiore è un bel quadro rappresentante la "Santissima Annunziata", titolare della chiesa. Merita particolare ricordo un sontuoso "ciborio", di cui il tipo era riprodotto in quasi tutte le chiese della Provincia. E' un lavoro in legno finemente eseguito e intarsiato, di forma conica esagonale e di una certa grandezza: la parte inferiore, ornata di svelte colonnine a spirale, sostiene una ringhierina che gira attorno alla guglia, ove sono annidate delle nicchie racchiudenti graziose statuette di santi. Il gusto del disegno e l'accuratezza dell'esecuzione indicano che questo tipo di ciborio è un paziente lavoro di qualche buon frate laico, del quale forse siamo riusciti a scoprire il nome (quasi tutte le nostre chiese erano ornate di questo bell'esemplare di ciborio eseguito sullo stesso disegno, probabilmente dalla stessa mano: la sua altezza variava da metri 1 a metri 1,50. L'autore di questi cibori - o almeno di quello della Scarzuola -è un certo Fra Giuseppe da Pontelegno, morto in questo convento nel 1746). In alto dell'altare si scorge l'arme in pietra dei conti Marsciano, che ebbero nella chiesa per molti secoli la sepoltura di famiglia.
Il coro, a un sol ordine di stalli, è piccolo e quasi identico a quello detto di S. Bernardino, che si trova nella chiesa di S. Dannano d'Assisi. Nell'angolo tra l'altar maggiore e la cappella a sinistra, dedicata a S. Pasquale, è situata la veneranda edicola, che occupa certamente il posto dove ha pregato S. Francesco: anche il Crocifisso dipinto sulla parete centrale sembra un lavoro del sec. XIII se pur non è anteriore, giacché è probabile che preesistesse all'arrivo del Serafico Padre. Benché i dintorni della Scarzuola siano aspri e boscosi, il convento è circondato da un giardino, un vero "ortus irriguus", ricco d'acqua, di frutteti e di verdure. La fonte, che si dice di S. Francesco, perché vuolsi che sia scaturita alle preghiere del Santo, si trova forse a un cento passi a oriente del convento, e le sue acque sono ritenute miracolose dagli abitanti del contorno. Una tradizione racconta che partendo il Serafico Padre dal convento della Scarzuola, a ricordo del suo passaggio, piantasse di sua mano un arboscello di lauro regio nell'orto. Il piccolo lauro diventò un grand'albero e poi una folta boscaglia; ora l'albero e la boscaglia sono spariti, rimane tuttavia qualche virgulto» (Benvenuto Bazzocchini, Cronaca della Provincia Serafica di S. Chiara d'Assisi, Firenze 1921). Di recente, nell'abside della chiesa medievale del convento, durante le fasi di restauro, è stato riportato alla luce un pregevole affresco (databile intorno al 1240), raffigurante S. Francesco in levitazione; lo stesso può essere considerato una delle prime testimonianze iconografiche del Santo assisiate. Il complesso, acquistato, come già riferito, nel 1956 dall'architetto Tommaso Buzzi, venne da questi arricchito di una serie di costruzioni realizzate anche con importante materiale di spoglio, che rimandano a una sorta di acropoli fantastica. La "Città ideale" del Buzzi, lasciata volontariamente incompiuta, aiuta a ripercorrere secoli di storia, attraverso le citazioni e i richiami stilistici ai grandi Maestri del passato, che arricchiscono i sette spazi teatrali di cui si compone: il "Teatro delle Arnie" (all'aperto), il "Teatro della Torre" (al chiuso), il "Teatro sull'acqua", il "Patio tondo", il "Patio infinito", il "Teatrino sportivo" e, infine, il "Teatro dell'Acropoli", che chiude il percorso, affacciandosi magicamente sul paesaggio circostante. Non distante dal convento della Scarzuola è Montegiove, che ricorda, con il suo castello, la b. Angelina da Montegiove (più nota come "di Corbara", "di Marsciano" o "di Foligno"), fondatrice delle "Suore Terziarie Francescane Regolari Claustrali", proclamata beata da papa Leone XII nel 1825. Nata nel 1377 a Montegiove (Orvieto), Angelina, rimasta orfana della madre, a dodici anni fece voto di verginità. Nel 1393 venne costretta dal padre a sposarsi, ma la sera stessa delle nozze un Angelo del Signore la visitò, rassicurandola sul futuro. Dopo un anno, rimasta vedova, Angelina distribuì i sui beni ai poveri, potendo finalmente indossare il saio di Francesco d'Assisi. Dopo di lei, altre ragazze decisero di seguirla, suscitando le ire dei feudatari, che le costrinsero all'esilio. Giunta a Foligno nel 1395, due anni dopo emise i tre voti evangelici. Nacquero così le "Terziarie francescane regolari". La B. Angelina morì nel 1435 e venne sepolta nella chiesa francescana di Foligno. Nel 1492, in seguito ad un miracolo, la salma venne trovata intatta. Esumata, fu deposta in un'urna preziosa .
|